Italy Arc — Chapter 07
Departure

Il cielo era già luminoso, di quel blu profondo e senza nuvole che solo la fine dell’estate sa evocare. Il caldo si aggrappava ai sampietrini come un respiro, la città non ancora in fermento ma stiracchiata, sbadigliante, che si svegliava piano. Stavo accanto a Sylvie e Renzo davanti all’osteria ancora chiusa, le maniglie della borsa di tela calde nella mano. Renzo camminava avanti e indietro, borbottando qualcosa sui tempi. Non lo ascoltavo davvero. La mia mente correva per conto suo. Verrà? Succederà davvero?
Poi lo sentimmo. Non il solito lamento di uno scooter né il brontolio di una vecchia Fiat. No. Era tutt’altro. Un rombo pulito, basso, che rotolava nel vicolo come un tuono lontano.
Sylvie inclinò la testa. “Non è una Fiat.”

E poi apparve. Nero e cromo, affilato e perfetto. La Honda CBR tagliò la luce del vicolo come una lama. Si fermò con la quieta sicurezza di chi non corre mai perché non è mai in ritardo.
Ryōji.
Si tolse il casco e per un attimo mi sembrò che il mondo saltasse un battito. Capelli neri scompigliati, occhi scuri che ci passarono sopra con una calma precisione clinica. Non capivo se mi guardasse attraverso o dentro, ma in ogni caso ero già catturata. Indossava una tuta di pelle che sembrava cresciuta su di lui piuttosto che cucita, aperta quel tanto da suggerire scopo, non vanità. Aveva polvere di strada addosso, e chissà perché questo lo rendeva solo più vivo, più reale.
Sylvie lasciò uscire mezzo respiro. “Madonna in carrozzeria.”
Renzo sbatté le palpebre. “Questo tizio esce da un film o…?”
Ma io non ascoltavo. Le dita si strinsero più forte intorno alla borsa. Per un secondo pensai di voltarmi, di dire a Sylvie che era troppo presto, che avevo cambiato idea, che era un errore.
Poi Ryōji mi guardò. Calmo. Imperturbabile. E ogni dubbio svanì, come luci di scena che si spengono.
“Sei puntuale,” disse con voce fluida in italiano, guardando Renzo.
Renzo annuì. “È pronta.”
Ryōji si voltò verso di me e la mia schiena si raddrizzò prima che potessi fermarla.
“Il blu ti dona,” disse. “Speriamo che tu abbia viaggiato leggera.”
“Lo faccio sempre,” riuscii a rispondere, un po’ troppo in fretta.
“Bene,” replicò lui, con l’ombra appena accennata di un sorriso.
Sylvie inarcò un sopracciglio. “La porti su quella?”
Ryōji le lanciò un’occhiata. “Preferisci che chiami un taxi?”
Lei alzò entrambe le mani. “Nessun giudizio. Solo… in bocca al lupo.”

Renzo fece un passo avanti, aggrappandosi ancora a un filo di controllo. “Niente contratto. Niente carte. Come ti paghiamo?”
Lo sguardo di Ryōji rimase fermo. “Riceverete presto. Poi, quando il lavoro sarà finito, verrò a riscuotere.”
Sylvie strinse leggermente gli occhi. Non si fidava del tutto. E forse aveva ragione. Forse non avrei dovuto fidarmi nemmeno io. Non aveva chiesto soldi. E quello era peggio.
Ryōji indicò la mia borsa. “Tutto qui?”
“Solo l’essenziale,” dissi, e gliela porsi.
Lui la fissò dietro al sellino come se l’avesse fatto centinaia di volte. Poi si voltò e tese la mano guantata, palmo aperto.
Non esitai.
La sua voce si abbassò. “Il casco è qui. Allaccialo bene. Non vogliamo dover ridipingere Verona.”
Sylvie sbuffò. “È un modo per dire arrivederci.”
Salii, le braccia intorno alla sua vita, il cuore che martellava.

Cosa sto facendo?
Vivendo, forse, sussurrò timidamente una parte di me.
Ryōji si voltò appena. “Prossima fermata, aeroporto di Venezia.”
Il motore prese vita, fluido e potente sotto di noi.
Renzo ci fissò mentre ci allontanavamo. “È pazza.”
Sylvie incrociò le braccia, un sorriso lieve che le tirava le labbra. “Sta inseguendo qualcosa. E magari, per una volta, non è qualcosa da cui sta scappando.”
E così, semplicemente, sparimmo: inghiottiti dal vicolo di pietra, mentre il brusio della città che si svegliava svaniva già alle nostre spalle.
Loro rimasero lì, due amici su una strada silenziosa, a guardare la macchia nera dissolversi nella luce.