Italy Arc — Chapter 04
Payphone Magic

Il cielo di Verona si era acceso d’oro brunito quando ci ritrovammo sotto la tenda a righe del caffè al piano di sotto.
Nell’aria si mescolavano l’aroma del caffè appena macinato e quello dei pomodori arrostiti, insieme al brusio leggero dei clienti della sera. Da qualche parte, poco lontano, un violinista suonava una melodia lenta e malinconica, intrecciata al tintinnio delle posate e alle conversazioni sottovoce.
Sedevo con le gambe accavallate, davanti a un espresso ormai tiepido e intatto. Lo giravo distrattamente con il cucchiaino, mentre lo sguardo passava da Renzo a Sylvie.
“Allora,” dissi infine, “che cosa ti ha detto Madame Luciana?”
Renzo si sporse in avanti, appoggiando gli avambracci sul tavolino di ferro battuto. La sua solita aria giocosa era svanita, sostituita da qualcosa di più quieto.
Più serio.
“Mi ha fatto prenotare il tuo biglietto per Tokyo. Parti tra due giorni,” disse, abbassando la voce. “E… ha insistito perché qualcuno venga con te. Tecnicamente una specie di accompagnatore. Ma diciamolo chiaramente: intende una guardia del corpo. Nuova regola della compagnia, dopo quelle lettere.”
Aprii la bocca, poi la richiusi.
Luciana non faceva eccezioni.
Per nessuno.
Strinsi le mani attorno alla tazzina, improvvisamente consapevole del suo peso.
“Va bene,” dissi piano. “E chi sarebbe?”
Renzo fece una smorfia.
“Questo è il problema. Doveva incontrarci qui. Un mio vecchio amico. Ex militare. Ha lavorato nella sicurezza per alcune ambasciate.”
Sylvie inarcò un sopracciglio. “E semplicemente… non si è presentato?”
“Niente telefonate, niente lettere, niente di niente.”
“Ha almeno un telefono?” chiesi, più stanca che irritata.
“Un telefono di casa. Vive dalle parti del Lago di Garda. È un po’ un eremita. L’ho chiamato tre volte prima di venire qui.”
Sylvie mi guardò con un’espressione a metà tra il serio e il canzonatorio. “Magari avrà avuto paura?”
Scossi la testa. “O gli è successo qualcosa. Oppure… sono maledetta.”
Renzo infilò una mano nel cappotto e mi porse il biglietto.
“Il tuo volo è dopodomani, di prima mattina. Ma senza di lui…”
“Senza di lui non posso partire,” dissi.
Le parole mi si incrinarono appena in gola.
“La compagnia non me lo permetterà. Se non parto, perdo la casa. Se non dimostro qualcosa adesso… perdo il ruolo.”
Il silenzio calò sul tavolo.
Perfino la melodia del violinista sembrò vacillare, come se per un attimo avesse dimenticato dove andare.
Sylvie allungò una mano e strinse la mia.
“Troveremo una soluzione. Magari può accompagnarti Renzo.”
“Anche se potessi,” disse Renzo, “Luciana è stata chiara. Solo personale autorizzato. Questioni di assicurazione. Serve una guardia del corpo certificata, o un investigatore privato.”
“E se andassimo noi da lui?” propose Sylvie. “Dal bodyguard. Giusto per capire che fine ha fatto.”
“È troppo lontano. Se non abbiamo sue notizie entro domani mattina…”
Renzo non finì la frase.
Abbassai lo sguardo sull’espresso.
Freddo.
Amaro.
Il mio riflesso tremolava sulla superficie scura: sfocato, spettrale. Strinsi le dita attorno alla tazzina.
Credevo di aver già superato il peggio.
Ma il destino…
Il destino trovava sempre nuovi modi per mettermi alla prova.
E il tempo stava finendo.
Renzo si alzò di scatto, spingendo indietro la sedia.
“Andiamo. C’è una cabina telefonica vicino alla piazza. Voglio provare a chiamarlo un’ultima volta.”
Ci allontanammo dal caffè, lasciandoci alle spalle il calore ormai sbiadito delle luci.
Il crepuscolo si stringeva attorno a noi.
Il giorno dopo doveva portarci qualcosa.
Una voce.
Un colpo di fortuna.
Qualunque cosa.
Altrimenti, tutto ciò per cui avevo ancora la forza di lottare avrebbe cominciato a scivolarmi via dalle mani.
La cabina telefonica stava sotto un lampione come una reliquia di vetro. I pannelli di plexiglass erano graffiati dalle chiavi e dal tempo, e il sole li aveva ormai colorati di un giallo opaco.
Il metallo era freddo, consumato dall’unto di mille dita, e Renzo ci stava dentro a malapena.

Sylvie e io ci appoggiammo alla cabina, mentre la porticina incrinata si rifiutava di aprirsi del tutto: un vecchio relitto senza più segreti da custodire.
“Ancora niente,” borbottò Renzo.
La cornetta ricadde nel suo alloggio con un tonfo secco, non certo per la prima volta.
Sbuffò e cominciò a frugarsi in tasca con la disperazione di un uomo che sa quanto in fretta la fortuna possa prosciugarsi. Le monete tintinnavano: soprattutto vecchie 200 e 500 lire malconce, che gli rotolavano nel palmo come se avessero voglia di cadere.
“Queste dannate monete spariscono più in fretta di un espresso in una mattina fredda,” brontolò.
Infilai la testa nella cabina.
“Magari prova a comporre il numero come se non ce l’avessi con il telefono.”
“O seducilo,” suggerì Sylvie. “Sussurragli parole dolci.”
Renzo ci lanciò un’occhiataccia, ma il tremolio all’angolo della bocca la tradì subito.
Infilò un’altra moneta nella fessura e girò il disco, stavolta più lentamente, anche se con una certa violenza rassegnata.
Afferrai la porta pieghevole e tirai.
Era completamente bloccata, deformata da anni di umidità e maltrattamenti. Puntai un piede contro il telaio e tirai più forte, sentendo i muscoli tendersi contro quel metallo ostinato.
“Avanti, pezzo di—”
La porta cedette all’improvviso con uno schiocco secco, facendomi barcollare all’indietro.
Una cascata di vecchi volantini, rimasti incastrati tra le pieghe della porta a soffietto, si liberò di colpo e svolazzò giù come una pioggia di coriandoli.
Uno di quei fogli compì una strana spirale nell’aria e mi si schiantò sull’avambraccio, restando attaccato alla pelle come se avesse deciso di trovarmi.
“Be’,” disse Sylvie, fissando il foglio incollato al mio braccio, “questa è stata teatrale.”

“‘Investigazioni Private – Rapide, Discrete, Professionali,’” lessi ad alta voce. “Scritto a mano. Ed è ancora leggibile. O è destino, o è colla molto testarda.”
Sylvie inarcò un sopracciglio.
“Questo è il colpo di fortuna del secolo.”
Picchiettai sul plexiglass vicino al numero.
“A Luciana serve solo un nome e una faccia per i documenti. E se gliene dessimo una? Questo tipo mostra un tesserino, fa la faccia da duro, non dice niente. Noi saliamo sull’aereo.”
“Stai davvero proponendo di truffare Luciana?” squittì Renzo, ancora mezzo incastrato nella cabina.
“Sto proponendo di improvvisare,” risposi. “Ti prego!”
Renzo sospirò e prese il volantino come se lo avesse offeso personalmente.
Inserì un’altra moneta e compose il numero, stavolta con dita lente, caute.
Uno squillo.
Due.
Click.
Al terzo squillo, la linea si aprì.
“Che c’è,” abbaiò una voce in italiano: ruvida, roca, tagliente come una lama. “Spero per voi che non sia uno scherzo.”
Renzo sussultò.
“Ehm, scusi il disturbo. Stiamo cercando qualcuno. Servizio di accompagnamento. Un incarico di due settimane. In Giappone. Tokyo.”
Pausa.
Abbastanza lunga da seminare il dubbio.
Poi arrivò un suono inconfondibile: un fiammifero strofinato, secco e netto, seguito da una lunga espirazione che crepitò nella cornetta.
“La tua voce è tesa.” disse l’uomo, con un tono simile a ghiaia avvolta nella seta. “Chi ti ha dato questo numero?”
Renzo sbatté le palpebre.
“Abbiamo trovato il suo volantino. In una cabina telefonica.”
Silenzio.
Poi uno sbuffo lento, divertito.
“Un volantino, eh.”
Renzo spostò il peso da un piede all’altro, improvvisamente incerto se stesse offrendo un lavoro a quell’uomo o se fosse lui a essere studiato come un bersaglio facile.
“È per una ballerina,” disse in fretta. “Ha bisogno di qualcuno che la accompagni durante il viaggio. Regolamento della compagnia, assicurazione. Una settimana. Forse due. Nessuna complicazione.”
Un’altra lunga pausa.
Un’altra espirazione.
Non era disinteresse.
Era calcolo.
Poi:
“Caffè Edera. Tra un’ora. Non fate tardi.”
Click.
Renzo uscì dalla cabina tenendo ancora la cornetta in mano, come se gli avesse appena trasmesso una scossa elettrica.
Espirò piano, con cautela, come qualcuno che ha appena capito di essersi offerto volontario per entrare in uno scontro a fuoco.
Lo osservai con attenzione.
Il suo solito sorriso storto non tornò.
“Allora?” chiesi.
Lui incrociò il mio sguardo, con un tono piatto ma attraversato da qualcosa di più profondo.
“È… qualcosa.”
Sylvie incrociò le braccia. “Così male?”
Renzo scosse lentamente la testa.
“No. Così bene. O è un mercenario, o è un mafioso, o non lo so.”
Sylvie inclinò la testa.
“Secondo te si presenterà davvero?”
“Non ne ho idea. Ma non ha detto di no.”
Battei le mani una volta, voltandomi verso la piazza con un’improvvisa scarica di energia.
“Per me è un sì! Forza, abbiamo esattamente un’ora per prepararci a incontrare questo misterioso uomo da cinema noir.”
Renzo si rimise in tasca le ultime 200 lire con un sospiro rassegnato.
“Se questa cosa va storta, mi bandiranno da tutti i teatri d’Italia.”
Agganciai entrambe le braccia alle loro e li trascinai quasi di peso in movimento.
“Allora facciamo in modo che ne valga la pena.”
Dietro di noi, la cabina telefonica rimase in silenzio, con la porta socchiusa e il vecchio volantino che tremava ancora nella brezza, simile a un segnale: quieto, insistente, impossibile da ignorare.
Qualcosa mi si mosse nel petto.
Non solo curiosità.
Pericolo.
Il tipo di pericolo con cui non danzavo da molto tempo.
Per la prima volta dopo settimane, non stavo aspettando che la tempesta passasse.
Le stavo andando incontro—i tacchi che battevano sul selciato, il respiro trattenuto quanto bastava per sentire il filo del battito, e uno strano fuoco sotto le costole, come una ragazza che si fosse appena ricordata di saper danzare.